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Oggi è il 20/03/2019
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Sport femminile e abbandono precoce

Quando mi decido a scrivere questo articolo sono appollaiata sugli spalti del palasport, in attesa di mia figlia che nella palestra attigua sta svol-gendo il corso di karaté. Sul campo si sta allenando una squadra di pal-lavolo femminile di alto livello. In questi momenti posso osservare, fuori dalle pagine dei mass media, la macchina squadra: coach, assistenti, preparatore e dirigente si adoperano per garantire la massima espressione del talento. Questa utopia si dissol-ve subito ricordando che poco prima sullo stesso campo si è allenata una squadra di giovani promesse che in comune con queste atlete ha solo il cromosoma X. Immediatamente la riflessione porta all’analisi di quan-ta strada ogni singola campionessa abbia dovuto percorrere per arrivare a quell’eldorado, a quella situazione apparentemente idilliaca. La fatica è la costante che accompagna la donna che esprime il suo talento sportivo. Questo è ovviamente un fatto in co-mune con i rappresentanti dell’altra metà del cielo ma per le donne sem-brerebbe esserci una maggior valen-za. La motivazione infatti si aggiun-ge agli aspetti che progressivamente allontanano, demotivano e fanno ab-bandonare lo sport a moltissime gio-vani. Il drop–out è l’abbandono della pratica sportiva – che per le ragazze è massimo intorno ai 14 anni - basato soprattutto su ragioni psicologiche: se non sono presenti infortuni che generano paure, intervengono gli ste-reotipi sociali, la moda, la mal sop-portazione della fatica, la mancanza/ perdita di divertimento, la stretta correlazione tra psiche e soma che condiziona e accompagna tutta la ri-voluzione adolescenziale e le paure/ 42 La Rivista di Educazione Fisica, Scienze Motorie e Sport | Settembre 2011 difficoltà dei i nuovi cicli scolastici. Mi vengono in mente le giovani pal-lavoliste scese in campo prima delle campionesse: innanzitutto il numero, quasi certamente la metà delle ulti-me, e poi gli atteggiamenti. Le giova-ni eccellenze ridevano, le ragazzine erano quasi tristi, costrette a ripetere innumerevoli volte il gesto tecnico richiesto dal coach che invece di in-coraggiarle utilizzava un linguaggio non troppo elegante. Ciò nonostante negli ultimi anni si stia osservando un progressivo aumento delle pick– performance al femminile. Viene da pensare che nonostante la brutta fi-gura del coach delle ragazzine, il lato rosa dello sport sia molto presente e si faccia sentire a suon di risultati. Questo contrasto deve meglio indi-rizzare la nostra attenzione (perché l’eccellenza proviene dalla selezione naturale di pubblico che deve diven-tare sempre più grande) e migliorare gli adempimenti verso le delibere che la politica sociale europea ha fatto in tema di sport (cinque funzioni: socia-le, culturale, ludica, educativa e sani-taria). Rimane fra le nostre mani la cresci-ta esponenziale del drop-out soprat-tutto in età adolescenziale perché lo sport non occupa un posto da pro-tagonista. Nella filosofia dei più lo sport è associato solo al divertimento e quindi relegato a una condizione di attività che può essere superflua e di cui si può quindi fare a meno. Ma è realmente così? Chi ha competenze specifiche sa che l’attività fisico-mo-toria coadiuva l’omeostasi metaboli-ca del glucosio ed è così protagoni-sta nel mantenimento dell’equilibrio bio-psichico dell’organismo nella ri-voluzione adolescenziale caratteriz-zata da svariate emozioni. Potrebbe essere sufficiente richiamare il detto antico mens sana in corpore sano ma l’evoluzione culturale che ha accompagnato gli ultimi trent’anni non è stata edificante nei confronti dell’individuo di sesso femminile. Le banalità che l’attualità ci fornisce ab-bondantemente non sono altro che il risultato di anni in cui l’immagine e il canone di bellezza hanno trovato sfogo nella filosofia del tutto e subi-to. Alcune delle motivazioni emerse nello studio del fenomeno del drop-out femminile hanno evidenziato gli aspetti della necessaria estetica e della troppa fatica. Il fisico di una atleta è robusto e il concetto di ro-bustezza non coincide con la taglia 38 delle sfilate di moda e con l’idea di femminilità legata alla sinuosità delle canne di uno stagno. Se e qua-lora si decide di fare sport i risultati agonistici non sempre collimano con il grado di fatica (intesa come fisica e mentale) che l’individuo vuole com-piere in un lasso di tempo lungo. E nella piramide di Maslow applicata nella nostra società a un adolescen-te non si trovano mattoni con scritto bisogno di nutrirsi oppure bisogno di vestirsi, ma piuttosto parole come apprezzamento, appartenenza e rico-noscimento. Il piacere del gioco non è più prioritario. Purtroppo anche il mondo dello sport sta adottando questo tipo di comportamento: l’aspetto ludico, di cui legifera anche l’Europa, non è contemplato nello sport di quest’età. La richiesta è di altissima specializ-zazione con le difficoltà di dover co-ordinare la taglia 38, il rendimento scolastico, l’uscita in discoteca e il gruppo di amiche che non frequenta la palestra. Probabilmente la soluzio-ne al problema dell’abbandono non è singola ma passa dalla necessità di vedere prima l’individuo e solo poi il futuro campione, e di adottare tutte le strategie delle nuove scienze so-ciali - come il marketing - affinché il potenziale valore positivo dello sport possa essere cosa di tutti. Sono estremamente convinta che lo sport come tutto ciò che deriva dall’uomo sia per l’uomo e non viceversa e che sia arrivato il tempo per invertire un atteggiamento involutivo dell’uomo stesso.

Marisa Colombo - Extrascuola